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- Il vino biologico, mercato da 73,5 miliardi di euro, è minacciato dallo sfruttamento.
- Circa 200.000 lavoratori agricoli irregolari (30%) sono vittime di caporalato.
- Retribuzioni fino a 3 euro all'ora: sfruttamento senza precedenti nelle vigne.
Dietro un velo di promesse di naturalità e autenticità, si celano realtà di illegalità, frodi e sfruttamento del lavoro, che rischiano di erodere la fiducia dei consumatori e di compromettere il futuro di un settore in espansione. Benché il problema non sia recente, le indagini e le testimonianze di viticoltori indipendenti hanno portato alla luce un sistema vizioso, dove il profitto a ogni costo sovrasta l’etica e il rispetto delle leggi. Si parla di impiego di fitofarmaci non consentiti, di contraffazione delle certificazioni biologiche e di condizioni di lavoro disumane per i braccianti impiegati nei vigneti. Questo scenario preoccupante richiede una profonda riflessione sulla responsabilità di tutti i partecipanti alla filiera, dai produttori ai consumatori, passando per gli organismi di controllo e le istituzioni. La questione è complessa e necessita di un’analisi approfondita che tenga conto delle dinamiche economiche, sociali e ambientali che caratterizzano l’industria vinicola italiana. È essenziale fare luce sulle pratiche illecite, identificare i responsabili e adottare misure concrete per contrastare lo sfruttamento della manodopera e garantire la trasparenza e la rintracciabilità dei prodotti. Solo così sarà possibile proteggere i consumatori, preservare la reputazione del vino biologico e promuovere un’agricoltura più equa e sostenibile. Il mercato del vino biologico, un settore in crescita con un valore stimato di 73,5 miliardi di euro, si trova ad affrontare accuse di sfruttamento del lavoro, con circa 200.000 lavoratori agricoli irregolari, pari al 30% della forza lavoro del settore, vittime di caporalato. Le retribuzioni possono scendere fino a 3 euro all’ora. Le aziende spesso ricorrono a cooperative “senza terra” per reclutare manodopera a basso costo. Questo sistema, che ha radici profonde nella storia, si riproduce oggi in forme nuove, alimentato dalla crisi economica e dalla ricerca di flessibilità nel mercato del lavoro. La legge 1369 del 1960, che mirava a contrastare lo sfruttamento, è stata progressivamente erosa.
Le ombre sulle certificazioni e pratiche scorrette
Nel dedalo delle certificazioni biologiche, si insinuano oscurità che mettono in dubbio la veridicità di alcuni processi produttivi. Dietro il marchio di garanzia, si nascondono pratiche improprie, finalizzate a massimizzare il profitto a danno della qualità e del rispetto dell’ambiente. L’utilizzo di antiparassitari non autorizzati, la falsificazione dei documenti e la carenza di controlli severi sono solo alcune delle criticità che emergono dalle denunce dei viticoltori indipendenti. Un sistema ambiguo, in cui è arduo distinguere tra chi opera nel rispetto delle regole e chi, invece, le elude per ottenere benefici economici. Le conseguenze di queste frodi sono svariate: danni alla salute dei consumatori, alterazione del sapore e delle caratteristiche organolettiche del vino, perdita di credibilità per l’intero comparto. È necessario un cambio di rotta, che parta da una maggiore trasparenza e da controlli più efficaci, in grado di smascherare le pratiche illegali e di tutelare i produttori onesti. Le aziende agricole, soprattutto quelle a conduzione familiare, spesso si trovano a competere con realtà più grandi e strutturate, che possono permettersi di investire in tecnologie e processi produttivi più efficienti. Ciò genera una disparità di condizioni che favorisce la comparsa di fenomeni di sfruttamento e di concorrenza sleale. È necessario un intervento delle istituzioni, volto a sostenere le piccole aziende agricole e a promuovere un modello di sviluppo più equo e sostenibile.

Il quadro normativo che regola il settore del vino biologico è complesso e articolato, ma spesso si dimostra insufficiente a garantire il rispetto delle regole. Le sanzioni per chi trasgredisce le normative sono spesso lievi e non scoraggiano i comportamenti scorretti. È necessario un inasprimento delle sanzioni e un potenziamento dei controlli, per rendere più efficace la lotta alle frodi e allo sfruttamento. Slow Food ha evidenziato la scarsa sensibilità dei consumatori riguardo al caporalato e allo sfruttamento nelle vigne, con un interesse maggiore verso la quantità di diserbante utilizzato. Questa mentalità contribuisce a perpetuare un sistema iniquo, in cui il prezzo del vino prevale sulla dignità del lavoro. È necessario un cambio di paradigma, che veda i consumatori come attori consapevoli e responsabili, in grado di fare scelte informate e di premiare i produttori che operano nel rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente.
- Finalmente qualcuno che ha il coraggio di denunciare... 👏...
- Che schifo! Non comprerò mai più vino bio... 😠...
- Ma se invece di vino, parlassimo di legalizzare il lavoro... 🤔...
Lo sfruttamento della manodopera: un dramma umano
Dietro ogni bottiglia di vino, si nasconde il lavoro di uomini e donne che, spesso, vivono in condizioni di sfruttamento e precarietà. Braccianti agricoli, per lo più stranieri, costretti a lavorare per poche ore al giorno, senza contratto, senza diritti, in balia dei caporali che li reclutano e li sfruttano. Un dramma umano che si consuma nelle campagne italiane, lontano dai riflettori, e che getta un’ombra inquietante sul mondo del vino biologico. Le cause di questo fenomeno sono molteplici: la crisi economica, la mancanza di lavoro, la concorrenza sleale tra le aziende, la scarsa vigilanza da parte delle istituzioni. Ma la responsabilità è anche dei consumatori, che spesso non si pongono il problema di chi c’è dietro il prodotto che acquistano e che, inconsciamente, alimentano un sistema iniquo. È necessario un impegno corale, che coinvolga tutti gli attori della filiera, per contrastare lo sfruttamento della manodopera e garantire condizioni di lavoro dignitose per tutti i lavoratori. I lavoratori stranieri, che forniscono le braccia nelle vigne, sono spesso vittime di sfruttamento da parte dei loro stessi connazionali, i quali approfittano della loro vulnerabilità e della loro reticenza. Non si denunciano i propri connazionali per timore di ripercussioni sui familiari rimasti in patria. Nel 2015, il nucleo del Comando dei Carabinieri Tutela del Lavoro ha individuato 4.000 lavoratori irregolari su 12.181 controllati, una percentuale allarmante che evidenzia la pervasività del lavoro sommerso. Gli stessi investigatori si sentono spesso demotivati, poiché, nonostante l’applicazione di multe ingenti, l’effettivo recupero delle somme è raro. Questo sistema distorto causa un’ingente perdita di entrate per il fisco. Queste imprese, infatti, esistono spesso solo formalmente. Emettono fatture regolari per i servizi resi alle cantine, incassano l’IVA, ma frequentemente non la versano. Successivamente, dopo uno o al massimo due anni, svaniscono nel nulla, prima che le autorità fiscali abbiano il tempo di rilevarne le irregolarità. Un discorso analogo si applica alla sicurezza sul lavoro: le aziende di servizi dovrebbero sottoporre i propri dipendenti a visite mediche periodiche e fornire loro le adeguate attrezzature antinfortunistiche. Tutto questo viene completamente ignorato dalle realtà fraudolente: non offrono formazione, né si preoccupano della salute dei propri dipendenti, considerati mero strumento produttivo. L’unico strumento che viene fornito è un paio di forbici per la potatura e il taglio degli stralci (un investimento di 30 euro). Inoltre, i braccianti sono costretti a orari di lavoro massacranti, che aumentano ulteriormente il rischio di incidenti, poiché la fatica riduce drasticamente la soglia di attenzione.
Verso un futuro sostenibile: proposte e soluzioni
Per salvare il vino biologico dalla crisi di credibilità, è necessario un cambio di passo, che coinvolga tutti gli attori della filiera, dai produttori ai consumatori, passando per gli enti di controllo e le istituzioni. Occorre rafforzare i controlli, aumentare le sanzioni per chi viola le regole, promuovere una maggiore trasparenza e tracciabilità dei prodotti, sensibilizzare i consumatori sull’importanza di scegliere vini prodotti nel rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Ma non basta. È necessario anche sostenere le aziende agricole che operano nel rispetto delle regole, promuovere un modello di sviluppo più equo e sostenibile, valorizzare il lavoro dei braccianti agricoli e garantire loro condizioni di lavoro dignitose. In questo senso, sono importanti le iniziative promosse da alcuni consorzi e associazioni, che si impegnano a favorire l’inclusione sociale e a creare nuove opportunità di lavoro per le persone in cerca di occupazione. Un esempio virtuoso è il progetto pilota avviato in provincia di Treviso, che vede la collaborazione tra i Consorzi di Tutela del Prosecco Doc, del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg e dei Vini Asolo Montello, le associazioni di categoria e i Centri per l’impiego di Veneto Lavoro. Lo scopo è creare un sistema integrato e trasparente di incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, capace di soddisfare le esigenze delle imprese e, parallelamente, di offrire opportunità di inserimento a chi è disoccupato, tramite programmi di formazione e qualificazione professionale. Questo progetto rappresenta un esempio concreto di come sia possibile coniugare la sostenibilità economica con quella sociale, creando valore per tutti gli attori della filiera. Ma la strada è ancora lunga e richiede un impegno costante e una visione di lungo periodo. Solo così sarà possibile salvare il vino biologico dalla “rivolta” dei viticoltori onesti e garantire un futuro sostenibile per l’intero settore. Le aziende come Villa Franciacorta pongono la sostenibilità sociale al centro della loro attività, valutando l’impatto delle proprie politiche sulla vita quotidiana dei collaboratori, offrendo posti di lavoro adeguati e promuovendo un ambiente di lavoro equo e rispettoso. Questo dimostra che è possibile fare impresa in modo etico e responsabile, creando valore per tutti gli stakeholder.
Ripensare l’agricoltura: un imperativo etico e sociale
Le problematiche sollevate nel settore del vino biologico ci invitano a una riflessione più ampia sul modello di agricoltura che vogliamo per il nostro futuro. Non possiamo più permetterci di chiudere gli occhi di fronte alle disuguaglianze e agli sfruttamenti che si consumano nelle campagne italiane. È necessario ripensare l’agricoltura in chiave etica e sociale, mettendo al centro il rispetto dei diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e la qualità dei prodotti. Dobbiamo promuovere un’agricoltura che sia in grado di creare valore per tutti, non solo per i produttori, ma anche per i consumatori, per i lavoratori, per le comunità locali. Un’agricoltura che sia in grado di nutrire il pianeta, senza impoverirlo, di creare lavoro, senza sfruttarlo, di produrre cibo sano, senza comprometterne la qualità. Un’agricoltura che sia in grado di custodire la bellezza del paesaggio, senza deturparlo, di preservare la biodiversità, senza impoverirla. Un’agricoltura che sia in grado di costruire un futuro migliore per tutti.
Un concetto base di agricoltura applicabile al tema principale dell’articolo è la rotazione delle colture. Questa pratica, che consiste nell’alternare diverse colture sullo stesso terreno nel corso del tempo, contribuisce a migliorare la fertilità del suolo, a ridurre la diffusione di parassiti e malattie e a diversificare la produzione agricola. Nel contesto del vino biologico, la rotazione delle colture può essere utilizzata per ridurre la dipendenza dai pesticidi e per favorire la biodiversità nell’ecosistema agricolo.
Un concetto di agricoltura avanzata applicabile al tema dell’articolo è l’agricoltura di precisione. Questa pratica, che consiste nell’utilizzare tecnologie avanzate per monitorare e gestire le colture in modo più efficiente e sostenibile, può essere utilizzata per ottimizzare l’uso delle risorse idriche, per ridurre l’impatto ambientale delle attività agricole e per migliorare la qualità dei prodotti. Nel contesto del vino biologico, l’agricoltura di precisione può essere utilizzata per monitorare lo stato di salute delle viti, per individuare precocemente eventuali problemi e per intervenire in modo mirato, riducendo al minimo l’uso di trattamenti chimici.
Nel corso del 2015, il dipartimento specializzato dei Carabinieri per la Tutela del Lavoro ha portato alla luce l’esistenza di 4.000 lavoratori impiegati in maniera irregolare, su un totale di 12.181 ispezionati; un dato allarmante che rivela la diffusione del lavoro nero.
Gli stessi investigatori si sentono spesso demotivati, poiché, nonostante l’applicazione di multe ingenti, l’effettivo recupero delle somme è raro. Questo sistema distorto causa un’ingente perdita di entrate per il fisco. Queste imprese, infatti, esistono spesso solo formalmente. Emettono fatture regolari per i servizi resi alle cantine, incassano l’IVA, ma frequentemente non la versano. Successivamente, dopo uno o al massimo due anni, svaniscono nel nulla, prima che le autorità fiscali abbiano il tempo di rilevarne le irregolarità. Un discorso analogo si applica alla sicurezza sul lavoro: le aziende di servizi dovrebbero sottoporre i propri dipendenti a visite mediche periodiche e fornire loro le adeguate attrezzature antinfortunistiche. Tutto questo viene completamente ignorato dalle realtà fraudolente: non offrono formazione, né si preoccupano della salute dei propri dipendenti, considerati mero strumento produttivo. L’unico strumento che viene fornito è un paio di forbici per la potatura e il taglio degli stralci (un investimento di 30 euro). Inoltre, i braccianti sono costretti a orari di lavoro massacranti, che aumentano ulteriormente il rischio di incidenti, poiché la fatica riduce drasticamente la soglia di attenzione.








