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Agricoltura rigenerativa: è davvero la soluzione o solo marketing?

L'agricoltura rigenerativa promette di salvare il pianeta, ma tra certificazioni multiple, greenwashing e costi iniziali elevati, cosa c'è di vero e come impatta sui piccoli agricoltori?
  • Standard Rainforest Alliance: 119 requisiti, aree ambientali e impatti sociali.
  • Agricoltura rigenerativa: +32% indice Rfp (Rigenerating full productivity).
  • Rese -2%, fertilizzanti -61%, pesticidi -76%.

L’agricoltura rigenerativa emerge come una risposta innovativa alle pressanti sfide ambientali e climatiche del nostro tempo. La promessa di ripristinare la fertilità dei suoli, promuovere la biodiversità e catturare il carbonio atmosferico, unitamente ai potenziali vantaggi economici per gli agricoltori, ha generato un’ondata di interesse e adesione. Tuttavia, questo scenario idilliaco si confronta con una realtà complessa, caratterizzata da una molteplicità di certificazioni, criteri di valutazione eterogenei e il rischio tangibile di pratiche di greenwashing.
In questo contesto, la mancanza di una definizione univoca e legalmente vincolante di “agricoltura rigenerativa” ha favorito la proliferazione di schemi di certificazione volontaria, ciascuno con i propri standard e criteri. Tra i più diffusi spiccano il Regenerative Organic Certified (ROC), promosso dal Rodale Institute, lo Standard di Agricoltura Rigenerativa della Rainforest Alliance e lo Standard di Agricoltura Rigenerativa FoodChainID, certificato da Bioagricert.
Bioagricert descrive l’agricoltura rigenerativa come un approccio concettuale e una serie di metodi finalizzati a contrastare il progressivo esaurimento delle risorse naturali, una conseguenza dell’agricoltura industriale tradizionale.

Questi standard valutano un ampio spettro di pratiche, dalla gestione del suolo alla promozione della biodiversità, dall’impiego di input esterni al benessere animale. Alcuni, come il ROC, enfatizzano l’agricoltura biologica e il benessere animale, mentre altri, come lo standard Rainforest Alliance, adottano un approccio più flessibile, ammettendo l’uso di alcuni input sintetici, purché gestiti in modo responsabile. La certificazione FoodChainID, invece, pone l’accento sul bilanciamento dei nutrienti nel suolo, la copertura continua del terreno e la riduzione degli interventi meccanici. Lo standard Rainforest Alliance, ad esempio, include ben 119 requisiti che spaziano dalle aree ambientali cruciali (salute del suolo, resilienza delle colture, gestione delle risorse idriche e biodiversità) agli impatti sociali, evidenziando una visione olistica della sostenibilità agricola. La diversità di approcci e criteri solleva interrogativi sulla comparabilità e l’affidabilità delle diverse certificazioni, alimentando il dibattito sulla necessità di una maggiore armonizzazione e trasparenza nel settore.

Carbon farming: sequestro del carbonio, tra promesse e sfide

Il carbon farming, o agricoltura del carbonio, rappresenta una declinazione specifica dell’agricoltura rigenerativa, focalizzata sull’incremento del sequestro di carbonio nel suolo. L’idea alla base è semplice quanto ambiziosa: attraverso l’adozione di pratiche agricole rigenerative, come la semina diretta, l’impiego di colture di copertura e la rotazione colturale, è possibile aumentare la quantità di carbonio organico immagazzinato nel suolo, contribuendo così alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Il carbon farming si propone come una strategia win-win, capace di migliorare la fertilità dei suoli, aumentare la resilienza delle colture e, al contempo, ridurre la concentrazione di gas serra nell’atmosfera.

Tuttavia, la misurazione e la verifica del sequestro del carbonio nel suolo si rivelano operazioni complesse e dispendiose. Esistono diverse metodologie di misurazione, ognuna con i propri limiti e incertezze. Inoltre, il sequestro del carbonio nel suolo è influenzato da una molteplicità di fattori, tra cui il tipo di suolo, le condizioni climatiche e le pratiche agricole specifiche adottate.

La certificazione del carbon farming è un settore in rapida evoluzione, con l’Unione Europea impegnata nello sviluppo di un sistema di certificazione a livello comunitario. L’obiettivo è quello di creare un quadro normativo trasparente e affidabile per la certificazione dei crediti di carbonio generati dalle pratiche agricole. Il regolamento europeo 2024/3012/Ue ha istituito un sistema volontario che le imprese possono usare per fare attestare da un organismo terzo che la propria attività assorbe l’anidride carbonica (CO2). Tuttavia, resta da valutare se tale sistema sarà in grado di garantire l’integrità ambientale e prevenire il rischio di greenwashing. Al 10 febbraio 2026, la proposta legislativa dell’Ue è ancora al vaglio degli operatori del settore.

Cosa ne pensi?
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  • 🔄 E se invece di 'rigenerativa' la chiamassimo 'consapevole'......

Costi, benefici e l’impatto sui piccoli agricoltori

L’adozione di pratiche di agricoltura rigenerativa può comportare significativi costi iniziali per gli agricoltori, tra cui l’acquisto di nuove attrezzature, la partecipazione a corsi di formazione e il ricorso a servizi di consulenza tecnica specializzata. Ciononostante, nel lungo periodo, l’agricoltura rigenerativa può determinare una riduzione dei costi relativi agli input, un incremento della resilienza delle colture e un miglioramento della qualità del suolo. Uno studio condotto dall’Alleanza europea per l’agricoltura rigenerativa (Eara) ha evidenziato come gli agricoltori che adottano pratiche rigenerative ottengano una maggiore produttività complessiva, registrando un indice Rfp (Rigenerating full productivity) superiore del 32%. Lo studio ha inoltre rilevato un incremento della fotosintesi superiore al 24%, una copertura del suolo maggiore del 23% e una diversità vegetale più elevata del 17%.

Inoltre, le rese sono risultate inferiori solo del 2%, a fronte di una riduzione media del 61% nell’impiego di fertilizzanti azotati sintetici e del 76% nell’utilizzo di pesticidi per ettaro. L’impatto sui piccoli agricoltori rappresenta una questione di primaria importanza. Sebbene l’agricoltura rigenerativa possa offrire opportunità di miglioramento della redditività e della resilienza, è fondamentale garantire che nessuno venga lasciato indietro. L’accesso a finanziamenti, programmi di formazione e mercati rappresenta un elemento cruciale per consentire ai piccoli agricoltori di adottare con successo pratiche di agricoltura rigenerativa. In un’intervista, Paolo Marostegan dell’azienda agricola Al Confin, realtà che ha intrapreso il percorso di conversione al biologico oltre vent’anni fa, ha dichiarato: “Vogliamo convertire anche la nostra struttura organizzativa. Passare da un modello gerarchico a una configurazione più partecipativa… Pertanto, stiamo ora coinvolgendo i collaboratori con l’intento di ridefinire l’assetto societario nei prossimi 3-8 anni, rendendolo più orientato al benessere delle persone e meno vincolato al rapporto tradizionale tra datore di lavoro e dipendente”. L’esperienza di Al Confin testimonia come la transizione all’agricoltura rigenerativa possa coinvolgere non solo le pratiche agronomiche, ma anche l’organizzazione aziendale e le relazioni umane.

Trasparenza e fiducia: pilastri per un’agricoltura rigenerativa autentica

La crescente popolarità dell’agricoltura rigenerativa ha attirato l’attenzione di imprese operanti in diversi settori, alcune delle quali sono state accusate di greenwashing. Il termine greenwashing indica la pratica di promuovere prodotti o servizi come ecologicamente sostenibili, quando in realtà non lo sono. Paolo Bàrberi, nell’editoriale di Terra e Vita n. 17/2025, ha espresso preoccupazione per il rischio di definire regole per l’agricoltura rigenerativa che privilegino il marketing rispetto alle pratiche agricole realmente sostenibili.

Nel contesto dell’agricoltura rigenerativa, il greenwashing può manifestarsi in diverse forme, tra cui l’utilizzo di affermazioni ambientali vaghe e prive di fondamento, la mancanza di trasparenza sui criteri di certificazione e l’omissione di aspetti sociali ed economici rilevanti. Per contrastare il rischio di greenwashing e garantire la credibilità dell’agricoltura rigenerativa, è necessario promuovere la trasparenza, la responsabilità e la partecipazione di tutti gli attori della filiera agroalimentare. Solo attraverso un approccio rigoroso e basato su evidenze scientifiche sarà possibile distinguere le pratiche realmente rigenerative dalle operazioni di facciata.
Concludendo, l’agricoltura rigenerativa ha le carte in regola per rivoluzionare il nostro sistema agroalimentare e affrontare le sfide ambientali del nostro tempo, ma è essenziale affrontare le criticità legate alle certificazioni, alla misurazione del carbonio e al rischio di greenwashing.
Ecco, se dovessi spiegare l’importanza di tutto questo a un amico che magari non mastica tecnicismi agricoli, gli direi che l’agricoltura rigenerativa è un po’ come curare la nostra terra invece di sfruttarla. Pensiamola come un investimento a lungo termine: un suolo sano produce cibo più nutriente e resiste meglio ai cambiamenti climatici. Una nozione base che spesso dimentichiamo è che il suolo è un ecosistema complesso e vivente, non solo un supporto inerte per le piante. Per approfondire, potremmo parlare di agroecologia, una disciplina che studia le interazioni tra piante, animali, esseri umani e ambiente all’interno dei sistemi agricoli.
Un aspetto più avanzato, applicabile al tema dell’articolo, è l’uso di tecnologie di remote sensing e machine learning per monitorare la salute del suolo e il sequestro del carbonio su larga scala. Queste tecnologie possono fornire dati preziosi per valutare l’efficacia delle pratiche rigenerative e guidare le decisioni degli agricoltori.

La vera sfida, però, è far sì che l’agricoltura rigenerativa diventi accessibile a tutti, soprattutto ai piccoli agricoltori, e che non si trasformi in un’ennesima operazione di marketing a beneficio delle grandi aziende. Serve un impegno collettivo per promuovere la trasparenza, la responsabilità e la fiducia in questo settore. Riflettiamoci: il futuro del nostro cibo e del nostro pianeta dipende anche da questo.


Articolo e immagini generati dall’AI, senza interventi da parte dell’essere umano. Le immagini, create dall’AI, potrebbero avere poca o scarsa attinenza con il suo contenuto.(scopri di più)
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